Ariosto e Boccaccio: l'arte della poesia!
Ludovico Ariosto (1474-1533) e Giovanni Boccaccio (1313-1375) furono due grandi autori della Letteratura italiana, celebri per il poema "Orlando Furioso" e per la raccolta di novelle "Decameron". Entrambi, però, come quasi tutti gli scrittori italiani, furono anche autori di "Rime". Tutti i due si dedicarono alla scrittura di sonetti, madrigali, egloghe, canzoni, ragion per cui la loro produzione lirica, anche se non eccelsa, merita di essere letta con attenzione e con amore. Entrambi, per le loro rime, hanno come riferimento maestro il Petrarca lirico. I "Rerum vulgarium fragmenta" fecero scuola a tutta la lirica italiana. Giovanni Boccaccio, che di Petrarca fu amico e discepolo, ebbe il privilegio di frequentare il cantore di Laura, di disquisire con lui, di sviscerare a fondo, con amabili colloqui, le tematiche poetiche che, ad entrambi, stavano a cuore. Il fatto che furono contemporanei, furono amici e si frequentarono spesso, diede a Boccaccio la possibilità di attingere dalla viva voce del "Maestro d'Amore", cosa che, per motivi cronologici, fu negata all'Ariosto e a tutti i poeti che succedettero all'età favolosa delle "Tre Corone" (Dante, Petrarca, Boccaccio). Le "Rime" del Boccaccio sono improntate sul modello petrarchesco ma possiedono una loro intrinseca peculiarità. Si percepisce chiaramente che, dietro questi sonetti e madrigali, c'è un narratore, un dicitore di storie, l'autore del "Ninfale d'Ameto", della "Elegia di Madonna Fiammetta" e del "Decameron". Non per questo, però, la sua lirica risulta di non piacevole lettura, anzi. Ecco un sonetto boccaccesco, il sonetto CXXVI della prima parte delle "Rime" (dedicato alla morte di Francesco Petrarca):
Or sei salito, caro signor mio,
nel Regno, al qual salire ancora aspetta
ogn'anima da Dio a quell'eletta,
Nel suo partir di questo mondo rio.
Or se' colà, dove spesso il desio
ti tirò già per veder Lauretta:
or sei dove la mia bella Fiammetta
siede con lei nel cospetto di Dio.
Or con Sennuccio e con Cino e con Dante
vivi, securo d'eterno riposo
mirando cose da noi non intese.
Deh, s'a grado ti fui nel mondo errante,
tirami drieto a te, dove gioioso
veggia colei che pria d'amor m'accese.
Si sente che dietro c'è il Petrarca, ma anche Dante, di cui Boccaccio fu un appassionato cultore. Però il Boccaccio, nonostante tutti questi influssi, riuscì a mantenere una sua originalità, perciò la lettura delle sue "Rime" risulta interessante e gradevole.
Anche le "Rime" di Ludovico Ariosto risentono del modello petrarchesco e della codificazione operata dal Bembo nelle sue "Prose della volgar lingua", dove indica Petrarca modello per la poesia e Boccaccio modello per la prosa. Secondo me, però, le "Rime" dell'Ariosto hanno una originalità meno spiccata di quelle del Boccaccio. Le "Rime" ariostesche danno più l'impressione di un ottimo esercizio di stile che non una impellente esigenza interiore capace di far esplodere l'impeto lirico. Sostanzialmente, l'Ariosto è tutto nel "Furioso" e nelle "Satire" ma è interessante leggere le sue "Rime" per vedere quanta parte ebbe l'esercizio lirico all'interno della produzione poetica ariostesca. In maggioranza, sono poesie d'amore, in gran parte dedicate alla sua donna, Alessandra, ma vi sono anche capitoli ed egloghe che riprendono certo spirito delle "Satire". L'Ariosto non perde mai la sua ironia, la sua capacità di osservare il mondo con sguardo disincantato, la sua costante attenzione ai vizi e alle virtù degli uomini, il suo saper sintetizzare in pochi versi il gran mistero del "guazzabuglio del cuore umano". Ecco uno dei suoi sonetti, il XXXII, scritto con stile petrarcheggiante ma permeato di quella sensibilità tutta ariostesca, fatta di intimità e riservatezza:
Lasso! I miei giorni lieti e le tranquille
notti che i sonni già mi fêr soavi,
quando né amor né sorte m'eran gravi,
né mi cadean dagli occhi ardenti stille;
come, perch'io continuo da le squille
all'alba il seno lacrimando lavi,
son vòlti a stato, onde 'l cor par s'aggravi
del suo vivo calor, che più sfaville!
O folle cupidigia, o mai, no, al merto
pregiata libertà, senza di cui
l'oro e la vita ha ogni suo pregio incerto;
come beato e miser fate altrui!
E l'un de l'altro è morte e caso certo;
or ché, piangendo, penso a quel ch'i fui?
Si sente, anche da un semplice sonetto come questo che, dietro, c'è la mano di un grande poeta, di un dicitore in rima elegante e raffinato, a cui il Petrarca ha fatto buona scuola. Certo, gli manca la drammaticità di certi sonetti del Tasso o dell'Alfieri, ma questo è dovuto all'indole bonaria, sorniona, pacata e ironica dell'Ariosto, mai lacerato da forsennate passioni, mai troppo turbato dagli eventi del mondo,mai preda di contraddizioni laceranti. Le "Rime" del Boccaccio e dell'Ariosto sono opere certo minori ma che, a parer mio, non vanno affatto trascurate. Io ne tratto nel mio libro di saggi di letteratura antica e moderna, intitolato ALL'OMBRA DEL PARNASO, pubblicato dalle Edizioni HOGWORDS, con due brevi saggi dedicati, appunto, alle "Rime" di questi due importanti poeti della nostra Tradizione letteraria italiana.
A questo punto non mi resta che augurarvi... buona lettura!
Postremo Vate
https://www.amazon.it/Allombra-del-Parnaso-Postremo-Vate/dp/B0976194MN/ref=mp_s_a_1_1?crid=22S0JK7Y2XTR6&keywords=All%27ombra+del+Parnaso&qid=1696529825&s=books&sprefix=all%27ombra+del+parnaso%2Caps%2C166&sr=1-1
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Or sei salito, caro signor mio,
nel Regno, al qual salire ancora aspetta
ogn'anima da Dio a quell'eletta,
Nel suo partir di questo mondo rio.
Or se' colà, dove spesso il desio
ti tirò già per veder Lauretta:
or sei dove la mia bella Fiammetta
siede con lei nel cospetto di Dio.
Or con Sennuccio e con Cino e con Dante
vivi, securo d'eterno riposo
mirando cose da noi non intese.
Deh, s'a grado ti fui nel mondo errante,
tirami drieto a te, dove gioioso
veggia colei che pria d'amor m'accese.
Si sente che dietro c'è il Petrarca, ma anche Dante, di cui Boccaccio fu un appassionato cultore. Però il Boccaccio, nonostante tutti questi influssi, riuscì a mantenere una sua originalità, perciò la lettura delle sue "Rime" risulta interessante e gradevole.
Anche le "Rime" di Ludovico Ariosto risentono del modello petrarchesco e della codificazione operata dal Bembo nelle sue "Prose della volgar lingua", dove indica Petrarca modello per la poesia e Boccaccio modello per la prosa. Secondo me, però, le "Rime" dell'Ariosto hanno una originalità meno spiccata di quelle del Boccaccio. Le "Rime" ariostesche danno più l'impressione di un ottimo esercizio di stile che non una impellente esigenza interiore capace di far esplodere l'impeto lirico. Sostanzialmente, l'Ariosto è tutto nel "Furioso" e nelle "Satire" ma è interessante leggere le sue "Rime" per vedere quanta parte ebbe l'esercizio lirico all'interno della produzione poetica ariostesca. In maggioranza, sono poesie d'amore, in gran parte dedicate alla sua donna, Alessandra, ma vi sono anche capitoli ed egloghe che riprendono certo spirito delle "Satire". L'Ariosto non perde mai la sua ironia, la sua capacità di osservare il mondo con sguardo disincantato, la sua costante attenzione ai vizi e alle virtù degli uomini, il suo saper sintetizzare in pochi versi il gran mistero del "guazzabuglio del cuore umano". Ecco uno dei suoi sonetti, il XXXII, scritto con stile petrarcheggiante ma permeato di quella sensibilità tutta ariostesca, fatta di intimità e riservatezza:
Lasso! I miei giorni lieti e le tranquille
notti che i sonni già mi fêr soavi,
quando né amor né sorte m'eran gravi,
né mi cadean dagli occhi ardenti stille;
come, perch'io continuo da le squille
all'alba il seno lacrimando lavi,
son vòlti a stato, onde 'l cor par s'aggravi
del suo vivo calor, che più sfaville!
O folle cupidigia, o mai, no, al merto
pregiata libertà, senza di cui
l'oro e la vita ha ogni suo pregio incerto;
come beato e miser fate altrui!
E l'un de l'altro è morte e caso certo;
or ché, piangendo, penso a quel ch'i fui?
Si sente, anche da un semplice sonetto come questo che, dietro, c'è la mano di un grande poeta, di un dicitore in rima elegante e raffinato, a cui il Petrarca ha fatto buona scuola. Certo, gli manca la drammaticità di certi sonetti del Tasso o dell'Alfieri, ma questo è dovuto all'indole bonaria, sorniona, pacata e ironica dell'Ariosto, mai lacerato da forsennate passioni, mai troppo turbato dagli eventi del mondo,mai preda di contraddizioni laceranti. Le "Rime" del Boccaccio e dell'Ariosto sono opere certo minori ma che, a parer mio, non vanno affatto trascurate. Io ne tratto nel mio libro di saggi di letteratura antica e moderna, intitolato ALL'OMBRA DEL PARNASO, pubblicato dalle Edizioni HOGWORDS, con due brevi saggi dedicati, appunto, alle "Rime" di questi due importanti poeti della nostra Tradizione letteraria italiana.
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