Domenico Carutti
Domenico Carutti di Cantogno nacque il 26 Novembre 1821 a Cumiana. I genitori erano Giovanni Carutti e Cristina Barolo, membri di una famiglia nobile decaduta. Rimase orfano di padre nei primi mesi di vita; a causa di questo, anche a seguito del nuovo matrimonio della madre, venne allevato dalla nonna Cristina Delbecchi e dagli zii paterni. Tra questi ultimi, spiccava lo zio Fedele Carutti, ex – ufficiale del regio esercito, da cui era stato congedato a seguito della sua partecipazione ai moti rivoluzionari del 1821.
Compì gli studi superiori prima presso il Collegio di Garzigliana, poi dal 1834 nel Convitto di Pinerolo. Nel 1838 si iscrisse alla Regia Università di Torino, dove iniziò a frequentare le lezioni del Corso di Giurisprudenza; non concluse mai gli studi universitari, anche quando si trasferì in seguito all’Ateneo di Pisa. Durante il suo primo soggiorno torinese, sviluppò un forte interesse per la letteratura; questo, unito all’esigenza di un maggior impegno civile, portarono il Carutti a trasferirsi a Firenze nel 1841. Rimase a Firenze, allora principale centro di una cultura più aperta alle novità, tra il 1841 ed il 1843. Durante il suo soggiorno fiorentino frequentò, a Palazzo Buondelmonti, il Gabinetto scientifico-letterario fondato da Giovan Pietro Vieusseux. Il Carutti divenne suo amico; ricevette anche sostegno economico dallo stesso Vieusseux.
Prima di tornare a Torino, soggiornò a Livorno, dove incontrò il Mazziniano Francesco Domenico Guerrazzi; dopo il soggiorno livornese si trasferì a Napoli, dove frequentò il salotto della poetessa Maria Giuseppina Guacci. Sulla via del ritorno, si fermò a Roma per un soggiorno di tre mesi.
La produzione letteraria di quegli anni, così come quella del periodo fino al 1847, venne raccolta nel volume Racconti di gioventù, pubblicato a Firenze nello stesso anno. Con il titolo Gioventù. Racconti venne ripubblicato nel 1861, sempre a Firenze, in una nuova edizione rivista e corretta dall'autore. Tra le opere raccolte in entrambi i volumi, si trova il racconto Delfina Bolzi: in esso viene narrata la vicenda dell’omonima protagonista, la quale viene indotta a prendere una cattiva strada dalla mancanza di educazione e dalle incomprensioni della società. Altra opera inserita nel volume è Massimo, romanzo breve del 1842; in questo egli inserisce temi autobiografici, descrivendo la storia di uno sfortunato scrittore di teatro. Nell'Edoardo Altieri (risalente al 1846), egli descrive la vicenda del protagonista il quale, dopo il fallimento del matrimonio, si trasferisce in Uruguay per arruolarsi nell’armata di un prode comandante italiano. La seconda edizione comprende anche i componimenti poetici de L’Addio.
Il ritorno a Torino segna il suo ingresso nei circoli politici veri e propri: nel 1847, per esempio, venne nominato segretario dell’Associazione agraria, allora centro dei dibattiti più vivi del paese, dove si affiancò alle posizioni democratiche di Lorenzo Valerio. Collaborò inoltre con la rivista La Concordia e fu uno dei membri più attivi della segreteria centrale della Società per la confederazione italiana, organizzazione politica che propugnava il pensiero di Vincenzo Gioberti. Nel 1849 entrò a far parte del Ministero degli Affari Esteri, sostenuto dal Gioberti, da pochi giorni presidente del Consiglio dei ministri. Dopo la Battaglia di Novara le posizioni politiche di Carutti si avvicinarono a quelle governative.
Con Domenico Berti diresse la mensile Rivista italiana, stampata dal Paravia a Torino; intento del periodico era quello di proporre una rilettura in chiave filo – piemontese degli allora recenti eventi della lotta per l’indipendenza italiana. La sua rilettura della Prima Guerra d’Indipendenza, in molti suoi scritti, sottolineava quelli che lui riteneva essere gli errori dell’opposizione repubblicana. Inoltre, nelle sue recensioni delle opere di storia diplomatica, non mancava di far trapelare l’interesse per questo genere di studi. Purtroppo, dopo due anni la Rivista italiana smise di essere pubblicata.
L’amicizia con Gioberti, nel frattempo trasferitosi a Parigi, continuò per via epistolare, come testimoniato dalle loro numerose lettere.
Con il volume Dei Principi del governo libero. Saggi politici, pubblicato a Torino nel 1852 e a Firenze nel 1861, Carutti si inserì nel dibattito tra democratici e liberali; nell’opera sostenne le posizioni di Vincenzo Gioberti e Gian Domenico Romagnosi.
Con una nuova maggioranza governativa, anche la carriera di Carutti presso il Ministero degli Affari Esteri decollò: nel dicembre 1853 fu nominato caposezione, mentre nel novembre del 1857 segretario del Consiglio del contenzioso diplomatico con funzioni di collegamento fra il Ministero e il Consiglio stesso. Fu in queste vesti che ebbe modo di conoscere Federigo Sclopis, con il quale sviluppò un forte legame di amicizia. Il 1° febbraio del 1858 venne inviato a Londra per aiutare l'ambasciatore sardo Edoardo Alfieri nella trattativa del "Cagliari" col governo inglese. Nel giugno del 1859 fu nominato capodivisione su consiglio di Costantino Nigra; poco dopo entrò nella segreteria particolare del ministro Minghetti. Il 15 ottobre 1859 il generale Vittorio Emanuele Dabormida lo nominò segretario generale del ministero degli Affari Esteri, e in tale carica - che ricoprì per primo - rimase anche durante i successivi ministeri del Cavour, il quale non accettò mai le dimissioni di Carutti. Fedele anche a Bettino Ricasoli, con l'avvento del ministero di Urbano Rattazzi preferì lasciare la carica di segretario generale, ottenendo di essere trasferito a l’Aia come ministro residente e poi, dal 7 novembre 1864 all’aprile 1869, come Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario. A quell’epoca risale un carteggio di lettere con l’amico Federigo Sclopis, nel quale affronta temi della politica italiana dell’epoca.
L’attività politica di Carutti non si esplicò solo nelle sue funzioni di pubblico funzionario, ma si espressero anche in ambito parlamentare: nel 1860 fu eletto Deputato della VII Legislatura per il collegio di Avigliana e Giaveno, mentre nell’VIII nel collegio d'Aosta. Per le sue esperienze di politica estera fece parte della commissione incaricata di trattare la spinosa questione della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia; seppure a malincuore, ne accettò la cessione. Si espresse anche sulla Questione Romana: pur dichiarandosi “cattolico convinto e professante”, ritenne insostenibili i poteri temporali dei Papi sullo Stato della Chiesa.
La notorietà di quegli anni non gli deriva solo dall'intensa attività politica e amministrativa, ma anche dalla pubblicazione di due opere storiche: la Storia del regno di Vittorio Amedeo II (pubblicata a Torino nel 1856) e la Storia del regno di Carlo Emanuele III (sempre pubblicata a Torino, ma nel 1859), che ebbero successo ampio di pubblico e di critica, soprattutto la prima.
Nel 1853 entrò a far parte dei soci dell’Accademia delle scienze di Torino.
Durante il soggiorno all'Aia ebbe modo di stringere legami con i membri dell'Accademia delle scienze di Amsterdam, alternando ai suoi studi l’attività di compositore e filologo della poesia in lingua latina. Di quegli anni è anche la silloge poetica Elegiaci, la quale raccoglie componimenti dedicati alla defunta moglie Sofia Cristina di Carlo Carutti, sposata nel 1853 e morta nel 1866, dalla quale ebbe tre figli.
Nel 1869 Carutti ritornò definitivamente in Italia; preoccupato di dare stabilità alla propria famiglia, sposò Clotilde Accusani nell'ottobre; rinunciò poi alla carriera diplomatica per entrare nel Consiglio di Stato, dove rimase fino al 1891, quando fu collocato a riposo col titolo di presidente onorario di sezione. Venne eletto Deputato della XI e XII legislatura nel collegio di Verrès; alla caduta della Destra storica nel 1876 rinunciò al mandato. Auspicando "la conciliazione fra il pontificato e l'Italia nuova" (Il pericolo della situazione..., Pinerolo 1871), iniziò a collaborare con la rivista Rassegna nazionale, fondata a Firenze nel 1879 ed i cui promotori si professavano “cattolici ed italiani", impegnati a "conservare le istituzioni religiose morali sociali civili e politiche d'Italia" (A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, p. 402). La nomina infatti a senatore nel gennaio del 1889 non lo distoglierà dallo studio in cui era ormai assorbito.
Socio dal 1856 della Deputazione di storia patria di Torino, di cui fu eletto presidente nel 1884 (mantenendo la carica fino alla morte), nel 1875 fu chiamato a far parte della ricostituita Accademia dei Lincei e, nominato cancelliere, si appassionò alla storia dell'istituto; frutto delle ricerche su materiali inediti fu la Breve storia dell'Accademia dei Lincei (pubblicata a Roma nel 1883).
Nel 1879 ricevette il titolo baronale e il delicato incarico di dirigere la Biblioteca reale di Torino. Tornò così definitivamente a Torino, dopo aver risieduto per gli impegni politici e amministrativi prima a Firenze (1869-72) e poi a Roma. Cumiana invece rimase sempre la sua residenza estiva.
Le numerose pubblicazioni di questi anni testimoniano l'intensa attività storica ed erudita di Carutti, attivo collaboratore dell'Archivio storico italiano, della Rivista universale, degli Atti dell'Accademia delle scienze di Torino, della Nuova Antologia, delle Curiosità e ricerche di storia subalpina, della Rassegna nazionale, del Bollettino storico-bibliografico subalpino e della collezione della Miscellanea di storia patria della Deputazione di Torino, nonché della raccolta della "Biblioteca della Società storica subalpina" fondata e diretta da F. Gabotto. Principale opera del periodo è la sua Storia della diplomazia della corte di Savoia (I-III, Torino 1875-79), completamento degli studi da lui intrapresi con le storie dei regni di Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III. Altra opera importante è La storia della corte di Savoia, durante la Rivoluzione e l'Impero francese (I-II, Roma 1892). Meritano inoltre di essere ricordati i suoi lavori sulle origini di Casa Savoia: in particolare su Umberto Biancamano, su Arduino e sulla contessa Adelaide, confluiti poi nel volume Il conte Umberto I e il re Ardoino, ricerche e documenti del barone D.C. nuovamente riveduti dall'autore, pubblicato a Roma nel 1888.
Carutti morì a Cumiana il 4 agosto 1909.
Compì gli studi superiori prima presso il Collegio di Garzigliana, poi dal 1834 nel Convitto di Pinerolo. Nel 1838 si iscrisse alla Regia Università di Torino, dove iniziò a frequentare le lezioni del Corso di Giurisprudenza; non concluse mai gli studi universitari, anche quando si trasferì in seguito all’Ateneo di Pisa. Durante il suo primo soggiorno torinese, sviluppò un forte interesse per la letteratura; questo, unito all’esigenza di un maggior impegno civile, portarono il Carutti a trasferirsi a Firenze nel 1841. Rimase a Firenze, allora principale centro di una cultura più aperta alle novità, tra il 1841 ed il 1843. Durante il suo soggiorno fiorentino frequentò, a Palazzo Buondelmonti, il Gabinetto scientifico-letterario fondato da Giovan Pietro Vieusseux. Il Carutti divenne suo amico; ricevette anche sostegno economico dallo stesso Vieusseux.
Prima di tornare a Torino, soggiornò a Livorno, dove incontrò il Mazziniano Francesco Domenico Guerrazzi; dopo il soggiorno livornese si trasferì a Napoli, dove frequentò il salotto della poetessa Maria Giuseppina Guacci. Sulla via del ritorno, si fermò a Roma per un soggiorno di tre mesi.
La produzione letteraria di quegli anni, così come quella del periodo fino al 1847, venne raccolta nel volume Racconti di gioventù, pubblicato a Firenze nello stesso anno. Con il titolo Gioventù. Racconti venne ripubblicato nel 1861, sempre a Firenze, in una nuova edizione rivista e corretta dall'autore. Tra le opere raccolte in entrambi i volumi, si trova il racconto Delfina Bolzi: in esso viene narrata la vicenda dell’omonima protagonista, la quale viene indotta a prendere una cattiva strada dalla mancanza di educazione e dalle incomprensioni della società. Altra opera inserita nel volume è Massimo, romanzo breve del 1842; in questo egli inserisce temi autobiografici, descrivendo la storia di uno sfortunato scrittore di teatro. Nell'Edoardo Altieri (risalente al 1846), egli descrive la vicenda del protagonista il quale, dopo il fallimento del matrimonio, si trasferisce in Uruguay per arruolarsi nell’armata di un prode comandante italiano. La seconda edizione comprende anche i componimenti poetici de L’Addio.
Il ritorno a Torino segna il suo ingresso nei circoli politici veri e propri: nel 1847, per esempio, venne nominato segretario dell’Associazione agraria, allora centro dei dibattiti più vivi del paese, dove si affiancò alle posizioni democratiche di Lorenzo Valerio. Collaborò inoltre con la rivista La Concordia e fu uno dei membri più attivi della segreteria centrale della Società per la confederazione italiana, organizzazione politica che propugnava il pensiero di Vincenzo Gioberti. Nel 1849 entrò a far parte del Ministero degli Affari Esteri, sostenuto dal Gioberti, da pochi giorni presidente del Consiglio dei ministri. Dopo la Battaglia di Novara le posizioni politiche di Carutti si avvicinarono a quelle governative.
Con Domenico Berti diresse la mensile Rivista italiana, stampata dal Paravia a Torino; intento del periodico era quello di proporre una rilettura in chiave filo – piemontese degli allora recenti eventi della lotta per l’indipendenza italiana. La sua rilettura della Prima Guerra d’Indipendenza, in molti suoi scritti, sottolineava quelli che lui riteneva essere gli errori dell’opposizione repubblicana. Inoltre, nelle sue recensioni delle opere di storia diplomatica, non mancava di far trapelare l’interesse per questo genere di studi. Purtroppo, dopo due anni la Rivista italiana smise di essere pubblicata.
L’amicizia con Gioberti, nel frattempo trasferitosi a Parigi, continuò per via epistolare, come testimoniato dalle loro numerose lettere.
Con il volume Dei Principi del governo libero. Saggi politici, pubblicato a Torino nel 1852 e a Firenze nel 1861, Carutti si inserì nel dibattito tra democratici e liberali; nell’opera sostenne le posizioni di Vincenzo Gioberti e Gian Domenico Romagnosi.
Con una nuova maggioranza governativa, anche la carriera di Carutti presso il Ministero degli Affari Esteri decollò: nel dicembre 1853 fu nominato caposezione, mentre nel novembre del 1857 segretario del Consiglio del contenzioso diplomatico con funzioni di collegamento fra il Ministero e il Consiglio stesso. Fu in queste vesti che ebbe modo di conoscere Federigo Sclopis, con il quale sviluppò un forte legame di amicizia. Il 1° febbraio del 1858 venne inviato a Londra per aiutare l'ambasciatore sardo Edoardo Alfieri nella trattativa del "Cagliari" col governo inglese. Nel giugno del 1859 fu nominato capodivisione su consiglio di Costantino Nigra; poco dopo entrò nella segreteria particolare del ministro Minghetti. Il 15 ottobre 1859 il generale Vittorio Emanuele Dabormida lo nominò segretario generale del ministero degli Affari Esteri, e in tale carica - che ricoprì per primo - rimase anche durante i successivi ministeri del Cavour, il quale non accettò mai le dimissioni di Carutti. Fedele anche a Bettino Ricasoli, con l'avvento del ministero di Urbano Rattazzi preferì lasciare la carica di segretario generale, ottenendo di essere trasferito a l’Aia come ministro residente e poi, dal 7 novembre 1864 all’aprile 1869, come Inviato straordinario e Ministro plenipotenziario. A quell’epoca risale un carteggio di lettere con l’amico Federigo Sclopis, nel quale affronta temi della politica italiana dell’epoca.
L’attività politica di Carutti non si esplicò solo nelle sue funzioni di pubblico funzionario, ma si espressero anche in ambito parlamentare: nel 1860 fu eletto Deputato della VII Legislatura per il collegio di Avigliana e Giaveno, mentre nell’VIII nel collegio d'Aosta. Per le sue esperienze di politica estera fece parte della commissione incaricata di trattare la spinosa questione della cessione di Nizza e della Savoia alla Francia; seppure a malincuore, ne accettò la cessione. Si espresse anche sulla Questione Romana: pur dichiarandosi “cattolico convinto e professante”, ritenne insostenibili i poteri temporali dei Papi sullo Stato della Chiesa.
La notorietà di quegli anni non gli deriva solo dall'intensa attività politica e amministrativa, ma anche dalla pubblicazione di due opere storiche: la Storia del regno di Vittorio Amedeo II (pubblicata a Torino nel 1856) e la Storia del regno di Carlo Emanuele III (sempre pubblicata a Torino, ma nel 1859), che ebbero successo ampio di pubblico e di critica, soprattutto la prima.
Nel 1853 entrò a far parte dei soci dell’Accademia delle scienze di Torino.
Durante il soggiorno all'Aia ebbe modo di stringere legami con i membri dell'Accademia delle scienze di Amsterdam, alternando ai suoi studi l’attività di compositore e filologo della poesia in lingua latina. Di quegli anni è anche la silloge poetica Elegiaci, la quale raccoglie componimenti dedicati alla defunta moglie Sofia Cristina di Carlo Carutti, sposata nel 1853 e morta nel 1866, dalla quale ebbe tre figli.
Nel 1869 Carutti ritornò definitivamente in Italia; preoccupato di dare stabilità alla propria famiglia, sposò Clotilde Accusani nell'ottobre; rinunciò poi alla carriera diplomatica per entrare nel Consiglio di Stato, dove rimase fino al 1891, quando fu collocato a riposo col titolo di presidente onorario di sezione. Venne eletto Deputato della XI e XII legislatura nel collegio di Verrès; alla caduta della Destra storica nel 1876 rinunciò al mandato. Auspicando "la conciliazione fra il pontificato e l'Italia nuova" (Il pericolo della situazione..., Pinerolo 1871), iniziò a collaborare con la rivista Rassegna nazionale, fondata a Firenze nel 1879 ed i cui promotori si professavano “cattolici ed italiani", impegnati a "conservare le istituzioni religiose morali sociali civili e politiche d'Italia" (A. C. Jemolo, Chiesa e Stato in Italia negli ultimi cento anni, Torino 1948, p. 402). La nomina infatti a senatore nel gennaio del 1889 non lo distoglierà dallo studio in cui era ormai assorbito.
Socio dal 1856 della Deputazione di storia patria di Torino, di cui fu eletto presidente nel 1884 (mantenendo la carica fino alla morte), nel 1875 fu chiamato a far parte della ricostituita Accademia dei Lincei e, nominato cancelliere, si appassionò alla storia dell'istituto; frutto delle ricerche su materiali inediti fu la Breve storia dell'Accademia dei Lincei (pubblicata a Roma nel 1883).
Nel 1879 ricevette il titolo baronale e il delicato incarico di dirigere la Biblioteca reale di Torino. Tornò così definitivamente a Torino, dopo aver risieduto per gli impegni politici e amministrativi prima a Firenze (1869-72) e poi a Roma. Cumiana invece rimase sempre la sua residenza estiva.
Le numerose pubblicazioni di questi anni testimoniano l'intensa attività storica ed erudita di Carutti, attivo collaboratore dell'Archivio storico italiano, della Rivista universale, degli Atti dell'Accademia delle scienze di Torino, della Nuova Antologia, delle Curiosità e ricerche di storia subalpina, della Rassegna nazionale, del Bollettino storico-bibliografico subalpino e della collezione della Miscellanea di storia patria della Deputazione di Torino, nonché della raccolta della "Biblioteca della Società storica subalpina" fondata e diretta da F. Gabotto. Principale opera del periodo è la sua Storia della diplomazia della corte di Savoia (I-III, Torino 1875-79), completamento degli studi da lui intrapresi con le storie dei regni di Vittorio Amedeo II e Carlo Emanuele III. Altra opera importante è La storia della corte di Savoia, durante la Rivoluzione e l'Impero francese (I-II, Roma 1892). Meritano inoltre di essere ricordati i suoi lavori sulle origini di Casa Savoia: in particolare su Umberto Biancamano, su Arduino e sulla contessa Adelaide, confluiti poi nel volume Il conte Umberto I e il re Ardoino, ricerche e documenti del barone D.C. nuovamente riveduti dall'autore, pubblicato a Roma nel 1888.
Carutti morì a Cumiana il 4 agosto 1909.