È necessario scrivere la prefazione di un libro?
La prefazione ha come funzione quella di assicurare una buona lettura del testo, oltre a informare il lettore spesso delle tappe della genesi dell’opera, la sua origine, e la vicenda editoriale che l’ha riguardato. Ma siamo veramente sicuri, che ogni autore abbia il desiderio di avere sempre una prefazione per le sue opere?
Riporto qui, la prefazione di “Voiture embourbée”(Marivaux, 1714) che parla dei motivi per cui una prefazione non si dovrebbe mai fare, enumerando gli stereotipi del genere.
“Le prime righe che indirizzo al mio amico all’inizio di questa storia dovrebbero risparmiarmi una prefazione, ma ce ne vuole comunque una: un libro stampato, rilegato senza prefazione, è forse un libro? Certamente no, non merita ancora questo nome; è una specie di libro senza brevetto, opere simili a quelle che sono già libri, opera candidata, aspirante a diventarlo, e che non è degna di questo nome senza quest’ultima formalità. Allora eccola completata: che sia piatta, mediocre, buona o cattiva, esso assume, con la sua prefazione, il nome di libro ovunque si trovi […]
Ecco, dunque, o lettore, visto che ce ne vuole una, la prefazione. Non so se questo romanzo piacerà, la costruzione mi sembra piacevole, la comicità divertente, il meraviglioso piuttosto originale, le transizioni assai naturali, e lo strano miscuglio di tutti questi diversi ingredienti gli conferisce un tono assolutamente straordinario, che si spera divertirà più di quanto annoierà e… mi sembra però di aver cominciato malissimo la mia prefazione: non c’è altro da fare che giungere alle mie conclusioni, è un libro la cui comicità è piacevole, le transizioni naturali, il meraviglioso originale; se è così l’opera è bella: ma chi lo dice? Lo dico io, l’autore. Ah, direte, come sono comici questi autori con le loro prefazioni che riempiono di elogi i loro libri! Ma anche voi lettore come siete bizzarro! Volete assolutamente una prefazione e vi ribellate perché l’autore dice ciò che pensa del suo libro; dovete capire che se non considerasse buono il suo libro, non lo avrebbe prodotto. […] ma finitela dunque, esclamerà forse un infelice misantropo; se siete consapevole che offrendo il vostro libro non offrite niente di bello, perché allora scriverlo? Vi hanno forzato degli adulatori vostri amici, rispondete; ebbene avreste dovuto rompere l’amicizia, sono vostri nemici; oppure, visto che vi hanno tanto spinto a scrivere, non potevate allora ricorrere al fuoco e così dissolvere il pessimo risultato del loro intervento importuno? Belle scuse tutte queste! Non posso sopportare l’umiltà truccata, questo ridicolo miscuglio d’ipocrisia e d’orgoglio di quasi tutti i signori autori; preferisco mille volte un sentimento dichiaratamente presuntuoso ai sotterfugi della malafede. Ed io, signor misantropo, preferisco mille volte scrivere un libro senza prefazione, piuttosto che sudare per non riuscire ad accontentare nessuno. Senza il compito imbarazzante di questa prefazione avrei parlato del mio libro in modo più spontaneo, più giusto, né umile, né fatuo; avrei detto che c’era dell’immaginazione, che non osavo decidere se valesse qualcosa; che del resto mi ero veramente divertito a comporlo, e che desideravo riuscisse a divertire anche gli altri; ma la prefazione mi ha così impacciato da farmi infrangere contro gli scogli ordinari. Dio sia lodato, eccomi liberato di un gran peso, e mi viene ancora da ridere se penso alla figura che avrei fatto se fossi stato costretto a scrivere la mia prefazione. Addio, preferisco mille volte tagliare corto, che annoiare con troppe lungaggini. Passiamo all’opera “(ivi, p. 231).
Scrivere una prefazione spiegando che non la si farà mette in campo la figura retorica della preterizione: dare più risalto a qualcosa continuando a dilungarsi sul suo ostentato rifiuto.
C’è un’immagine rimasta bloccata nel tempo, precisa e ironica, che risale al 1714. È quella di un giovane Pierre de Marivaux che, aprendo il suo romanzo giovanile La Voiture embourbée (La carrozza nel fango), si ritrova a fare i conti con un incubo burocratico della scrittura: l’obbligo della prefazione. In quell’epoca, non si poteva semplicemente consegnare una storia al mondo; bisognava prima chiedere scusa, giustificarsi, inchinarsi al lettore con una spiegazione che suonava spesso formale e polverosa. Marivaux decide di giocarci, trasforma quel preambolo forzato in una parodia e, così facendo, scardina il meccanismo. Ci mostra l'artificio di dover spiegare il viaggio prima ancora che la carrozza si sia mossa. Oggi, guardando a quel fango settecentesco, da scrittori sentiamo un brivido diverso. Quell'obbligo ci appare lontano, quasi incomprensibile. Negli ultimi tempi, la necessità di scrivere una prefazione per i miei libri si è fatta sempre più debole, fino a svanire. Il libro deve chiarire direttamente se stesso. La storia deve avere il coraggio di camminare sulle proprie gambe, senza stampelle retoriche o fogli d'istruzioni allegati. Se una pagina ha bisogno di essere spiegata prima di essere letta, forse significa che non è abbastanza forte da difendersi da sola. Viene da chiedersi, allora, perché un tempo ci si affidasse così tanto alla voce di un altro.
Affidare la prefazione a un amico, a un collega di penna, non era una semplice mossa di marketing come le descrizioni commerciali utilizzate per vendere un prodotto, che affollano le copertine di oggi. Era un atto di fede. Raccontava un'epoca in cui esisteva una reale solidarietà tra autori, un desiderio profondo di camminare e crescere insieme. Firmare l'introduzione al libro di un altro significava fare scudo comune contro i critici feroci, fare spazio al talento dell'amico, dichiararsi parte di una stessa comunità di sognatori e di artigiani della parola. Oggi, però, qualcosa si è spezzato. Quella trama invisibile che univa gli scrittori sembra aver ceduto il passo a un silenzio più individualista. Il mercato editoriale contemporaneo ci vuole performer solitari, impegnati a promuovere il nostro "brand" in una corsa dove lo spazio per la generosità intellettuale si è ristretto.
Il lettore moderno, d'altro canto, è impaziente: vuole un rapporto distaccato e trasparente con il testo. Percepisce la prefazione firmata dall'amico illustre come un favore di circostanza, un filtro barocco che ritarda l'inizio dell'avventura. Il passaggio dalla prefazione – obbligo, dei tempi di Marivaux al silenzio fiero di oggi non è solo una questione di stile. È il segno di una metamorfosi del nostro mestiere. Abbiamo rinunciato alla protezione della tribù per rischiare il tutto per tutto.
Preferiamo che il lettore inciampi direttamente nella nostra storia, senza che nessuno gli spieghi in anticipo come uscirne, accettando la scommessa più grande della scrittura: restare finalmente soli, noi e chi legge, davanti alla prima riga della pagina.
Riporto qui, la prefazione di “Voiture embourbée”(Marivaux, 1714) che parla dei motivi per cui una prefazione non si dovrebbe mai fare, enumerando gli stereotipi del genere.
“Le prime righe che indirizzo al mio amico all’inizio di questa storia dovrebbero risparmiarmi una prefazione, ma ce ne vuole comunque una: un libro stampato, rilegato senza prefazione, è forse un libro? Certamente no, non merita ancora questo nome; è una specie di libro senza brevetto, opere simili a quelle che sono già libri, opera candidata, aspirante a diventarlo, e che non è degna di questo nome senza quest’ultima formalità. Allora eccola completata: che sia piatta, mediocre, buona o cattiva, esso assume, con la sua prefazione, il nome di libro ovunque si trovi […]
Ecco, dunque, o lettore, visto che ce ne vuole una, la prefazione. Non so se questo romanzo piacerà, la costruzione mi sembra piacevole, la comicità divertente, il meraviglioso piuttosto originale, le transizioni assai naturali, e lo strano miscuglio di tutti questi diversi ingredienti gli conferisce un tono assolutamente straordinario, che si spera divertirà più di quanto annoierà e… mi sembra però di aver cominciato malissimo la mia prefazione: non c’è altro da fare che giungere alle mie conclusioni, è un libro la cui comicità è piacevole, le transizioni naturali, il meraviglioso originale; se è così l’opera è bella: ma chi lo dice? Lo dico io, l’autore. Ah, direte, come sono comici questi autori con le loro prefazioni che riempiono di elogi i loro libri! Ma anche voi lettore come siete bizzarro! Volete assolutamente una prefazione e vi ribellate perché l’autore dice ciò che pensa del suo libro; dovete capire che se non considerasse buono il suo libro, non lo avrebbe prodotto. […] ma finitela dunque, esclamerà forse un infelice misantropo; se siete consapevole che offrendo il vostro libro non offrite niente di bello, perché allora scriverlo? Vi hanno forzato degli adulatori vostri amici, rispondete; ebbene avreste dovuto rompere l’amicizia, sono vostri nemici; oppure, visto che vi hanno tanto spinto a scrivere, non potevate allora ricorrere al fuoco e così dissolvere il pessimo risultato del loro intervento importuno? Belle scuse tutte queste! Non posso sopportare l’umiltà truccata, questo ridicolo miscuglio d’ipocrisia e d’orgoglio di quasi tutti i signori autori; preferisco mille volte un sentimento dichiaratamente presuntuoso ai sotterfugi della malafede. Ed io, signor misantropo, preferisco mille volte scrivere un libro senza prefazione, piuttosto che sudare per non riuscire ad accontentare nessuno. Senza il compito imbarazzante di questa prefazione avrei parlato del mio libro in modo più spontaneo, più giusto, né umile, né fatuo; avrei detto che c’era dell’immaginazione, che non osavo decidere se valesse qualcosa; che del resto mi ero veramente divertito a comporlo, e che desideravo riuscisse a divertire anche gli altri; ma la prefazione mi ha così impacciato da farmi infrangere contro gli scogli ordinari. Dio sia lodato, eccomi liberato di un gran peso, e mi viene ancora da ridere se penso alla figura che avrei fatto se fossi stato costretto a scrivere la mia prefazione. Addio, preferisco mille volte tagliare corto, che annoiare con troppe lungaggini. Passiamo all’opera “(ivi, p. 231).
Scrivere una prefazione spiegando che non la si farà mette in campo la figura retorica della preterizione: dare più risalto a qualcosa continuando a dilungarsi sul suo ostentato rifiuto.
C’è un’immagine rimasta bloccata nel tempo, precisa e ironica, che risale al 1714. È quella di un giovane Pierre de Marivaux che, aprendo il suo romanzo giovanile La Voiture embourbée (La carrozza nel fango), si ritrova a fare i conti con un incubo burocratico della scrittura: l’obbligo della prefazione. In quell’epoca, non si poteva semplicemente consegnare una storia al mondo; bisognava prima chiedere scusa, giustificarsi, inchinarsi al lettore con una spiegazione che suonava spesso formale e polverosa. Marivaux decide di giocarci, trasforma quel preambolo forzato in una parodia e, così facendo, scardina il meccanismo. Ci mostra l'artificio di dover spiegare il viaggio prima ancora che la carrozza si sia mossa. Oggi, guardando a quel fango settecentesco, da scrittori sentiamo un brivido diverso. Quell'obbligo ci appare lontano, quasi incomprensibile. Negli ultimi tempi, la necessità di scrivere una prefazione per i miei libri si è fatta sempre più debole, fino a svanire. Il libro deve chiarire direttamente se stesso. La storia deve avere il coraggio di camminare sulle proprie gambe, senza stampelle retoriche o fogli d'istruzioni allegati. Se una pagina ha bisogno di essere spiegata prima di essere letta, forse significa che non è abbastanza forte da difendersi da sola. Viene da chiedersi, allora, perché un tempo ci si affidasse così tanto alla voce di un altro.
Affidare la prefazione a un amico, a un collega di penna, non era una semplice mossa di marketing come le descrizioni commerciali utilizzate per vendere un prodotto, che affollano le copertine di oggi. Era un atto di fede. Raccontava un'epoca in cui esisteva una reale solidarietà tra autori, un desiderio profondo di camminare e crescere insieme. Firmare l'introduzione al libro di un altro significava fare scudo comune contro i critici feroci, fare spazio al talento dell'amico, dichiararsi parte di una stessa comunità di sognatori e di artigiani della parola. Oggi, però, qualcosa si è spezzato. Quella trama invisibile che univa gli scrittori sembra aver ceduto il passo a un silenzio più individualista. Il mercato editoriale contemporaneo ci vuole performer solitari, impegnati a promuovere il nostro "brand" in una corsa dove lo spazio per la generosità intellettuale si è ristretto.
Il lettore moderno, d'altro canto, è impaziente: vuole un rapporto distaccato e trasparente con il testo. Percepisce la prefazione firmata dall'amico illustre come un favore di circostanza, un filtro barocco che ritarda l'inizio dell'avventura. Il passaggio dalla prefazione – obbligo, dei tempi di Marivaux al silenzio fiero di oggi non è solo una questione di stile. È il segno di una metamorfosi del nostro mestiere. Abbiamo rinunciato alla protezione della tribù per rischiare il tutto per tutto.
Preferiamo che il lettore inciampi direttamente nella nostra storia, senza che nessuno gli spieghi in anticipo come uscirne, accettando la scommessa più grande della scrittura: restare finalmente soli, noi e chi legge, davanti alla prima riga della pagina.