PiWi: i vitigni e i vini del futuro?
La sigla “PiWi” proviene dall’unione delle parole “Pilzwiderstandsfähig”, che in Tedesco significa “viti resistenti ai funghi”, e “Winterhart”, che significa “resistenza all’inverno”. Con questa denominazione si indica una serie di vitigni ibridi, sviluppati in Germania, i quali sono caratterizzati da una spiccata resistenza alle principali malattie fungine della vite – ossia Peronospora e Oidio – e da una minore sensibilità a Botrite e Marciume acido. Inoltre, sono resistenti all’azione della Fillossera, un insetto parassita della vite.
Ma da cosa nasce l’esigenza di creare vitigni resistenti ai funghi ed alla Fillossera? Andiamo con ordine.
Nella seconda metà del XIX secolo, dopo il 1860, in Europa giunse la Fillossera, un afide parassita che iniziò a colpire i vigneti di quasi tutto il continente. L’azione parassitica dell’insetto non lasciava segni sulla parte aerea – fusto e foglie – della Vitis vinifera, la vite europea, mentre distruggeva completamente l’apparato radicale di questa pianta. Nel corso dei primi decenni dell’infestazione vennero provati diversi metodi di lotta, alcuni molto fantasiosi, i quali ebbero però scarso successo. Ad un certo punto gli enologi francesi, alla ricerca di una soluzione al problema, rivolsero la loro attenzione alle specie del genere Vitis native del continente americano. Fu così che venne scoperta la naturale resistenza dell’apparato radicale di tali specie all’azione dannosa della Fillossera. Fu così che questi studiosi idearono un metodo di lotta squisitamente agronomico, ovvero l’innesto di vitigni di Vitis vinifera su portainnesti selezionati a partire dalle specie americane, come la Canadese V. labrusca e le Statunitensi V. riparia, V. riparia e V. berlandieri; tra questi portainnesti, si distinsero la “Riparia Gloire di Montpellier” e la “Rupestris du Lot”.
Purtroppo, a seguito dell’importazione di esemplari colpiti da Peronospora e/o Oidio, questi funghi si abbatterono sulle vigne già in sofferenza o in lenta ripresa dalla Fillossera. Sempre gli enologi francesi decisero di correre ai ripari; la prima soluzione che tentarono fu quella di ibridare le specie di viti americane con i vitigni della vite europea: nacquero così gli “Ibridi produttori diretti”. Purtroppo, le uve ottenute da tali ibridazioni non erano adatte alla vinificazione o alla produzione di vini di qualità; anzi, una caratteristica tipica di tali vini era un sapore “particolare”, chiamato “sapore volpino” in Italiano, “framboisier” in Francese e “foxy” in Inglese. Tale sapore, per certi versi, ricorda quello tipico delle fragole. Inoltre, molti di questi vitigni ibridi non ereditavano la naturale resistenza alla Fillossera dei genitori americani. Tra questi vitigni ibridi si segnalano “l’Isabella” (nato dall’ibridazione di Vitis labrusca x Vitis vinifera), il “Clinton” (Vitis labrusca x Vitis riparia) e lo “Herbemont” (Vitis aestivalis x Vitis cinerea x Vitis vinifera). Tuttavia, a seguito di reincroci e/o successive ibridazioni, fu possibile selezionare degli ulteriori vitigni, dai quali si originarono alcuni dei moderni portainnesti della vite europea; tra questi si possono menzionare il “Kober 5BB” e il “SO4”. Ma il problema della Peronospora e dell’Oidio, sebbene arginato, non era del tutto risolto; la risoluzione del problema fu trovata grazie all’uso di sostanze che, fino ad allora, venivano usate solo per dissuadere uccelli e ladri di frutta dal saccheggiare i vigneti o i filari singoli più isolati dalle borgate di campagna o dalle fattorie: dei trattamenti a base di verderame (solfato tribasico di rame) o di zolfo (in polvere secca o in composti idrosolubili). Queste due sostanze, infatti, sono particolarmente efficaci contro la Peronospora il primo e contro l’Oidio il secondo; agiscono sia come prodotti preventivi sia, seppure in maniera meno marcata, come prodotti curativi per le infestazioni di questi due funghi.
Ma da cosa nasce l’esigenza di creare vitigni resistenti ai funghi ed alla Fillossera? Andiamo con ordine.
Nella seconda metà del XIX secolo, dopo il 1860, in Europa giunse la Fillossera, un afide parassita che iniziò a colpire i vigneti di quasi tutto il continente. L’azione parassitica dell’insetto non lasciava segni sulla parte aerea – fusto e foglie – della Vitis vinifera, la vite europea, mentre distruggeva completamente l’apparato radicale di questa pianta. Nel corso dei primi decenni dell’infestazione vennero provati diversi metodi di lotta, alcuni molto fantasiosi, i quali ebbero però scarso successo. Ad un certo punto gli enologi francesi, alla ricerca di una soluzione al problema, rivolsero la loro attenzione alle specie del genere Vitis native del continente americano. Fu così che venne scoperta la naturale resistenza dell’apparato radicale di tali specie all’azione dannosa della Fillossera. Fu così che questi studiosi idearono un metodo di lotta squisitamente agronomico, ovvero l’innesto di vitigni di Vitis vinifera su portainnesti selezionati a partire dalle specie americane, come la Canadese V. labrusca e le Statunitensi V. riparia, V. riparia e V. berlandieri; tra questi portainnesti, si distinsero la “Riparia Gloire di Montpellier” e la “Rupestris du Lot”.
Purtroppo, a seguito dell’importazione di esemplari colpiti da Peronospora e/o Oidio, questi funghi si abbatterono sulle vigne già in sofferenza o in lenta ripresa dalla Fillossera. Sempre gli enologi francesi decisero di correre ai ripari; la prima soluzione che tentarono fu quella di ibridare le specie di viti americane con i vitigni della vite europea: nacquero così gli “Ibridi produttori diretti”. Purtroppo, le uve ottenute da tali ibridazioni non erano adatte alla vinificazione o alla produzione di vini di qualità; anzi, una caratteristica tipica di tali vini era un sapore “particolare”, chiamato “sapore volpino” in Italiano, “framboisier” in Francese e “foxy” in Inglese. Tale sapore, per certi versi, ricorda quello tipico delle fragole. Inoltre, molti di questi vitigni ibridi non ereditavano la naturale resistenza alla Fillossera dei genitori americani. Tra questi vitigni ibridi si segnalano “l’Isabella” (nato dall’ibridazione di Vitis labrusca x Vitis vinifera), il “Clinton” (Vitis labrusca x Vitis riparia) e lo “Herbemont” (Vitis aestivalis x Vitis cinerea x Vitis vinifera). Tuttavia, a seguito di reincroci e/o successive ibridazioni, fu possibile selezionare degli ulteriori vitigni, dai quali si originarono alcuni dei moderni portainnesti della vite europea; tra questi si possono menzionare il “Kober 5BB” e il “SO4”. Ma il problema della Peronospora e dell’Oidio, sebbene arginato, non era del tutto risolto; la risoluzione del problema fu trovata grazie all’uso di sostanze che, fino ad allora, venivano usate solo per dissuadere uccelli e ladri di frutta dal saccheggiare i vigneti o i filari singoli più isolati dalle borgate di campagna o dalle fattorie: dei trattamenti a base di verderame (solfato tribasico di rame) o di zolfo (in polvere secca o in composti idrosolubili). Queste due sostanze, infatti, sono particolarmente efficaci contro la Peronospora il primo e contro l’Oidio il secondo; agiscono sia come prodotti preventivi sia, seppure in maniera meno marcata, come prodotti curativi per le infestazioni di questi due funghi.
In seguito allo sviluppo di fungicidi chimici di sintesi, l’utilizzo di zolfo e verderame fu accantonato in favore di prodotti con una maggiore efficacia percepita, dovuta alla possibilità di questi prodotti di penetrare nei tessuti delle piante; in particolare, nel caso di prodotti sistemici, questi entravano nella circolazione linfatica della vite trattata, andando così a proteggerne tutti i tessuti. L’uso di verderame e zolfo riprese vigore con la nascita della viticoltura biologica, parte del più ampio movimento di sviluppo e diffusione dell’agricoltura biologica. Purtroppo, sia in regime di agricoltura biologica che convenzionale, ad oggi la viticoltura risulta il settore agricolo in cui si utilizzano più agrofarmaci, in particolari fungicidi. È così che, negli ultimi decenni, ha ripreso vigore la sperimentazione, questa volta in Germania, volta alla creazione di vitigni resistenti ai funghi parassiti ed alla Fillossera. Queste ricerche, supportate dalle moderne conoscenze di genetica e genomica, lavoravano secondo un percorso di “ibridazioni (o incroci) – selezione dei discendenti – reincroci (o nuove ibridazioni)”, arrivando quindi a risultati accettabili dopo la 7a o 8a generazione. I vitigni così ottenuti hanno, nel proprio genoma, un’alta percentuale di DNA proveniente dalla Vitis vinifera (tra il 95% e il 98%), mentre una parte marginale (tra il 5% e il 2%) deriva da altre specie del genere Vitis. Simili vitigni danno uve di qualità, permettendo di produrre vini privi del “sapore volpino” dei loro predecessori, nonché capaci di competere alla pari con i più blasonati vini italiani ed europei. Oggi le regioni italiane dove sono maggiormente diffusi i PiWi sono il Trentino – Alto Adige ed il Veneto; ciò grazie all’iscrizione di numerosi vitigni PiWi al Registro Nazionale delle Varietà di Vite, così come nei Registri Regionali di ambo le regioni. Inoltre, dal il 6 dicembre 2021 è stato dato il via libera per l’inserimento di uve di vitigni PiWi nei disciplinari di molti vini a Denominazione di Origine.
Lo sviluppo di nuovi vitigni PiWi e la promozione di quelli già esistenti in Italia sono affidate a PIWI Italia, associazione nazionale nata da una costola della ben più ampia PIWI International.
Gli aspetti positivi dei vitigni PiWi, dopo la spiegazione di cui sopra, saltano immediatamente all’occhio: la maggiore resistenza ai funghi parassiti implica, soprattutto in viticoltura biologica, una minore necessità di trattamenti fitosanitari con fungicidi, anche qualora si tratti di verderame e zolfo. Inoltre, la loro maggiore adattabilità li rende migliori nel rispondere alle condizioni di un clima che cambia. In più, la maggiore percentuale di DNA proveniente dal genoma di V. vinifera, rende le loro uve adatte alla produzione di vini di qualità.
Tra gli aspetti negativi vi è il rischio di erosione ed impoverimento genetici, spesso per via del fatto che questi vitigni potrebbero diffondersi a scapito di quelli locali, sia “figli” che “fratelli” di un territorio del quale rappresentano, non a torto, la storia e l’identità.
Dal mio punto di vista personale, trovo che si dovrebbe trovare un equilibrio tra le esigenze di rinnovamento in viticoltura (e, più in generale, in agricoltura) e quelle di conservazione della biodiversità di un territorio viticolo.
Se si desidera approfondire l’argomento, si rinvia ai seguenti articoli online:
https://www.slowfood.it/slowine/si-chiamano-piwi-ma-cosa-sono-in-realta-le-varieta-resistenti/
https://www.quattrocalici.it/glossario-vino/piwi/
https://piwi-international.org/it/riguardo-a-piwi/cosa-sono-i-vini-piwi/
https://www.callmewine.com/blog/focus/piwi-vitigni-resistenti/
https://www.vinievitiresistenti.it/vitigni-resistenti/piwi/
Lo sviluppo di nuovi vitigni PiWi e la promozione di quelli già esistenti in Italia sono affidate a PIWI Italia, associazione nazionale nata da una costola della ben più ampia PIWI International.
Gli aspetti positivi dei vitigni PiWi, dopo la spiegazione di cui sopra, saltano immediatamente all’occhio: la maggiore resistenza ai funghi parassiti implica, soprattutto in viticoltura biologica, una minore necessità di trattamenti fitosanitari con fungicidi, anche qualora si tratti di verderame e zolfo. Inoltre, la loro maggiore adattabilità li rende migliori nel rispondere alle condizioni di un clima che cambia. In più, la maggiore percentuale di DNA proveniente dal genoma di V. vinifera, rende le loro uve adatte alla produzione di vini di qualità.
Tra gli aspetti negativi vi è il rischio di erosione ed impoverimento genetici, spesso per via del fatto che questi vitigni potrebbero diffondersi a scapito di quelli locali, sia “figli” che “fratelli” di un territorio del quale rappresentano, non a torto, la storia e l’identità.
Dal mio punto di vista personale, trovo che si dovrebbe trovare un equilibrio tra le esigenze di rinnovamento in viticoltura (e, più in generale, in agricoltura) e quelle di conservazione della biodiversità di un territorio viticolo.
Se si desidera approfondire l’argomento, si rinvia ai seguenti articoli online:
https://www.slowfood.it/slowine/si-chiamano-piwi-ma-cosa-sono-in-realta-le-varieta-resistenti/
https://www.quattrocalici.it/glossario-vino/piwi/
https://piwi-international.org/it/riguardo-a-piwi/cosa-sono-i-vini-piwi/
https://www.callmewine.com/blog/focus/piwi-vitigni-resistenti/
https://www.vinievitiresistenti.it/vitigni-resistenti/piwi/