Semi auto clonanti: una minaccia per la biodiversità?
In concomitanza con l’inizio del periodo di semina del mais (dal 19 marzo in avanti), ecco una riflessione su una notizia poco divulgata dai media tradizionali.
Lo scorso settembre sono apparsi due articoli, rispettivamente sulla versione inglese di "Nature" e su quella italiana di "Le Scienze", pressoché passati sotto silenzio. Il primo si intitola "Is this the future of food? 'Sexless' seeds that could transform farming" (traducibile come "È questo il futuro del cibo? Semi ‘asessuati’ che potrebbero trasformare l’agricoltura"), mentre il secondo "Semi senza sesso: le colture auto-clonanti potrebbero presto rivoluzionare l'agricoltura". In entrambi veniva descritta la possibilità, tramite l'ingegneria genetica, d'indurre le piante coltivate a produrre dei semi geneticamente identici alla pianta madre. Questo, naturalmente, iniziando la sperimentazione da cereali come il sorgo e, posso supporre, il mais.
Un po' di terminologia.
Cominciamo, tuttavia, dal fornire e spiegare un po' di terminologia agronomica. Quindi:
Ritorniamo al problema.
Nell’agricoltura intensiva praticata nei nostri Paesi industrializzati, gli agricoltori seminano mais o sorgo ibrido ma non tengono della granella come semente: perché? Perché se riseminassero la granella che hanno raccolto l’anno precedente, andrebbero incontro a un calo di produzione e dell’omogeneità del prodotto; questo per via della terza legge della genetica, ossia quella della “Segregazione indipendente dei caratteri”. In parole povere: nella generazione successiva all’ibrido i caratteri dei genitori riaffiorano, generando un prodotto disomogeneo nelle sue caratteristiche esteriori.
Negli articoli di cui sopra si descrive la possibilità, quindi, di creare degli ibridi stabili. Come? Attraverso l’introduzione, nel DNA del cereale coltivato, di alcuni geni che permettono l’apomissia: questa è una forma di riproduzione asessuale praticata da alcune piante superiori da fiori. Queste ultime, senza alcuna fecondazione, a partire dai propri ovuli o da cellule somatiche sono in grado di creare dei semi fertili; questi sono geneticamente uguali alla pianta madre. Si tratta quindi di “cloni” della pianta madre. Introducendo questi geni nel DNA del sorgo o del mais, si potrebbe creare degli ibridi “stabili”, abbattendo i costi di creazione degli ibridi di questi due cereali.
Una opinione personale.
Personalmente, ritengo che la possibilità di creare ibridi “stabili”, generati da piante “auto – clonanti” sia un vero e proprio attentato alla biodiversità. Abbiamo riscoperto varietà e piante che stavano scomparendo; ciò a causa di una pesante epidemia di Bipolaris maydis (southern corn leaf blight) che colpì gli Stati Uniti nel 1970. Una simile epidemia devastò i campi di mais statunitensi a causa della scarsa variabilità genetica degli ibridi coltivati allora. Si è lottato per anni per prevenire “l’erosione genetica” dell’ultimo secolo ma, anziché tutelarla, si sta provvedendo a creare un’altra strada per l’omogenizzazione genetica delle colture. Una vera e propria “minaccia per la biodiversità”, come ho scritto nel titolo.
Lo scorso settembre sono apparsi due articoli, rispettivamente sulla versione inglese di "Nature" e su quella italiana di "Le Scienze", pressoché passati sotto silenzio. Il primo si intitola "Is this the future of food? 'Sexless' seeds that could transform farming" (traducibile come "È questo il futuro del cibo? Semi ‘asessuati’ che potrebbero trasformare l’agricoltura"), mentre il secondo "Semi senza sesso: le colture auto-clonanti potrebbero presto rivoluzionare l'agricoltura". In entrambi veniva descritta la possibilità, tramite l'ingegneria genetica, d'indurre le piante coltivate a produrre dei semi geneticamente identici alla pianta madre. Questo, naturalmente, iniziando la sperimentazione da cereali come il sorgo e, posso supporre, il mais.
Un po' di terminologia.
Cominciamo, tuttavia, dal fornire e spiegare un po' di terminologia agronomica. Quindi:
- anzitutto, si dice che il mais e il sorgo sono piante ad “alta eterozigosi”. Cosa significa? Che si tratta di graminacee il cui codice genetico è molto diversificato. Per questo motivo, da una generazione all'altra, si ha una grande diversità di caratteri;
- per mantenere un certo grado di “purezza genetica”, nonché di “stabilità dei caratteri genetici”, si creano delle “linee pure”, ovvero delle singole varietà in cui l’impollinazione è avvenuta solo tra piante della stessa varietà, evitando la cosiddetta “impollinazione incrociata”, ossia tra piante facenti parte di linee genetiche diverse;
- incrociando due o più linee pure è possibile creare un “ibrido”; questo, non essendo frutto di uno o più incroci tra specie diverse, nella realtà sarebbe un “meticcio vegetale”. Perché fare ciò? Perché gli ibridi di mais e di sorgo vanno incontro a un fenomeno detto “lussureggiamento”, ossia hanno uno sviluppo vegetativo e una produzione di granella maggiore rispetto a quelli dei genitori.
Ritorniamo al problema.
Nell’agricoltura intensiva praticata nei nostri Paesi industrializzati, gli agricoltori seminano mais o sorgo ibrido ma non tengono della granella come semente: perché? Perché se riseminassero la granella che hanno raccolto l’anno precedente, andrebbero incontro a un calo di produzione e dell’omogeneità del prodotto; questo per via della terza legge della genetica, ossia quella della “Segregazione indipendente dei caratteri”. In parole povere: nella generazione successiva all’ibrido i caratteri dei genitori riaffiorano, generando un prodotto disomogeneo nelle sue caratteristiche esteriori.
Negli articoli di cui sopra si descrive la possibilità, quindi, di creare degli ibridi stabili. Come? Attraverso l’introduzione, nel DNA del cereale coltivato, di alcuni geni che permettono l’apomissia: questa è una forma di riproduzione asessuale praticata da alcune piante superiori da fiori. Queste ultime, senza alcuna fecondazione, a partire dai propri ovuli o da cellule somatiche sono in grado di creare dei semi fertili; questi sono geneticamente uguali alla pianta madre. Si tratta quindi di “cloni” della pianta madre. Introducendo questi geni nel DNA del sorgo o del mais, si potrebbe creare degli ibridi “stabili”, abbattendo i costi di creazione degli ibridi di questi due cereali.
Una opinione personale.
Personalmente, ritengo che la possibilità di creare ibridi “stabili”, generati da piante “auto – clonanti” sia un vero e proprio attentato alla biodiversità. Abbiamo riscoperto varietà e piante che stavano scomparendo; ciò a causa di una pesante epidemia di Bipolaris maydis (southern corn leaf blight) che colpì gli Stati Uniti nel 1970. Una simile epidemia devastò i campi di mais statunitensi a causa della scarsa variabilità genetica degli ibridi coltivati allora. Si è lottato per anni per prevenire “l’erosione genetica” dell’ultimo secolo ma, anziché tutelarla, si sta provvedendo a creare un’altra strada per l’omogenizzazione genetica delle colture. Una vera e propria “minaccia per la biodiversità”, come ho scritto nel titolo.